Tasse e Bitcoin: come il fisco ha deciso di agire in merito ai guadagni tramite criptovalute

Il 2018 potrebbe essere un anno molto particolare per l’industria della cripto: l’anno dei regolamenti. Da est a ovest, i regolatori di tutto il mondo stanno lavorando a nuove leggi per l’industria della criptovalute. Tasse e bitcoin? Sempre più vicini.

Abbiamo visto un approccio dalla Cina duro e proibizionista, che mira a controllare fortemente il fenomeno, ma anche un approccio più ragionevole da parte degli Stati Uniti, del Giappone e della Svizzera, il cui scopo è quello di creare una solida base per lo sviluppo del settore in il futuro.

Cosa accade invece in Italia tra tasse e Bitcoin?

Il Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze sta lavorando a un decreto che mira a spiegare la situazione in Italia. In particolare, il decreto definirà come e quando i “fornitori di servizi connessi all’uso della valuta digitale” dovrebbero riferire le proprie attività al Ministero. Il decreto mira a evitare qualsiasi attività illecita che potrebbe essere condotta con criptovalute, soprattutto il riciclaggio di denaro e le truffe.

Tuttavia, il rispetto del diritto antiriciclaggio quando si agisce con criptovalute a livello professionale è già stato chiarito il 25 maggio 2017, nel decreto legislativo № 90. La definizione di “moneta virtuale” è spiegata nel decreto come: “rappresentazione digitale del valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente correlata a una valuta fiat, utilizzata come strumento di scambio per l’acquisto di beni o servizi e trasferiti elettronicamente, immagazzinati e scambiati. ”

Come si comporta dunque l’Italia e come si comportano gli organi fiscali del paese?

Tendenzialmente, dopo aver riconosciuto la moneta digitale, il passo è stato quello di definirne l’impatto sull’economia del paese considerando le monete virtuali come fossero denaro estero che, dunque, va dichiarato e tassato. Si tratta sicuramente di un cambiamento e di una presa di posizione da non sottovalutare in quanto va ad agire su una delle peculiarità delle criptovalute, la possibilità di non essere tracciate, tassate e di tenersi fuori dalle dinamiche statali, bancarie e anche legali.

Come vengono dichiarate le somme virtuali?

Inserendole nei moduli RW o RT della dichiarazione dei redditi, proprio come una valuta estera.

Sebbene l’iniziativa sembra arrivare in tempo in Italia dove le criptovalute stanno ora raggiungendo il proprio apice, c’è anche tanta incertezza in merito a questi provvedimenti.

I dubbi però sono ancora tanti e non si comprende bene quale sia il valore delle criptovalute sul quale si basa l’agenzia delle entrate. O meglio, non sembra essere il parametro giusto da applicare in quanto si basa su una cifra prefissata a 51.645 euro su 7 giorni. Il fatto che il valore delle criptovalute oscilli continuamente rende questo parametro mellifluo e sicuramente poco efficace per poter rapportare e riconoscere gli effettivi introiti e investimenti da parte dei possessori di moneta digitale.

Probabilmente quello dell’Italia è un disperato bisogno di correre ai ripari sul piano fiscale ed economico. Questo per evitare ciò che sta accadendo già da un po’ in altri paesi dove le criptovalute si sono inserite in modo quasi prepotente nell’economia restando al di sotto dei radar statali. Il problema di base è che forse gli organi del paese non sono ancora pronti a riconoscere e a gestire le monete digitali dimostrando una scarsa conoscenza del panorama delle criptovalute e proponendo normative mal strutturate che generano tanta confusione e sconcerto tra gli amanti della finanza digitale.

Staremo a vedere come si evolveranno le cose e, soprattutto, se questi provvedimenti scoraggeranno gli amanti del nuovo modo di fare finanza. Oppure li renderanno ancora più volenterosi e motivati ad abbandonare i vecchi sistemi che sembrano non essere in grado di stare al passo col tempo. Possiamo comunque dire che tasse e Bitcoin, ora, sono più vicine che mai.

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